"La parola del resto è quella: schiavismo. Ci appigliamo sempre più svogliatamente al Tibet e alla sua drammatica allure, estetizzante e politicamente corretta: ma lo facciamo anche per non parlare di una produzione che in Cina è spremuta in veri lager come sono i laogai, non parlare dunque della schiavitù impiegata per approntare le stesse mirabolanti strutture olimpioniche ammirate un tv, non parlare delle paghe ridicole, delle ferie inesistenti, degli orari impossibili, dei sindacati proibiti, delle condizioni di lavoro da miniere del ‘700; non parlare, prestissimo, neanche più del Tibet."
Uno magari pensa che Facci esageri. Poi legge quel che dice Zhang Yimou.
Io, se non fosse che ho una incrollabile e metafisica fede nella forza del desiderio di libertà, avrei un po' paura.
Io non so se Zhang si è rincoglionito o più semplicemente venduto, ma gran
parte della sua opera è la negazione assoluta del cumulo di minchiate che
dice lì.