Quanti libri contiene la biblioteca di Babele?
La domanda m’è frullata per la testa dopo aver riletto il racconto di Borges. In esso si parla di un’ipotetica biblioteca, contenente, in sale esagonali che sembrano perdersi all’infinito, libri siffatti: “ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero”. Tralasciamo, per comodità, la sibillina ulteriore indicazione del poeta cieco: “Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro”. Borges non quantifica, noi ci sentiamo in diritto di ignorare.
Prima di procedere al calcolo, è bene chiarire, per chi non avesse mai letto il racconto, quale sia il contenuto dei libri: semplicemente, ogni possibile combinazione dei simboli alfabetici. Ciò configura la “biblioteca totale”, ovvero l’insieme di tutto ciò che è dicibile in ogni lingua (almeno: in ogni lingua che si esprima o che sia traslitterabile nelle lettere dell’alfabeto latino). In pratica ogni verità e ogni menzogna, ogni enunciato sensato e tutto l’insensato dicibile, ogni espressione pronunciabile in ogni lingua presente passata e futura, tutto ciò è contenuto da qualche parte nella biblioteca. Ogni senso dell’essere (ché, come ricordava un altro vecchietto terribile, “tutto l’essere che possiamo conoscere è linguaggio”) è nascosto in qualche angolo, in qualche scaffale dell’enorme biblioteca. Enorme, ma non infinita, come chiunque può facilmente comprendere.
Poche righe più avanti, Borges asserisce “il numero dei simboli ortografici è di venticinque”, e spiega in nota che la cifra è costituita dalle “ventidue lettere dell’alfabeto” cui vengono aggiunti tre simboli essenziali: lo spazio, la virgola, il punto.
Mi chiedo: perché ventidue? Borges scriveva in spagnolo, e mi risulta che in quella lingua si usino anche le lettere j, k, x, y, w. In ogni caso, Borges non poteva certo ignorare l’uso di tali lettere fatto in numerose altre lingue. Non vorrei che quel numero, ventidue, fosse un indizio di qualche mistero, o forse la cifra dell’assoluta incomprensibilità della biblioteca stessa.
Torniamo però ai nostri problemi di pura quantificazione, e correggiamo Borges: i simboli devono essere ventinove in tutto: le ventisei lettere dell’alfabeto e i tre simboli di interpunzione.
Ora abbiamo tutti gli elementi, e possiamo procedere: ogni libro può essere interpretato come una stringa di simboli, composta precisamente dal numero delle lettere per riga moltiplicato per il numero delle righe per pagina, moltiplicato per il numero delle pagine per libro: 40 X 40 X 410. Il risultato è 656.000.
Ora, in questa stringa di seicentocinquantaseimila simboli, ogni singolo simbolo può assumere ventinove valori diversi. Pertanto, il numero totale delle combinazioni possibili è 29 elevato alla seicentocinquantaseimilesima potenza.
Si tratta, com’è ovvio, di un numero inimmaginabile. Basti pensare che –non ricordo più dove l’ho letto- sembra che gli atomi che costituiscano l’universo siano pari a 10 all’ottantesima (il che significa: i libri della biblioteca sarebbero circa seicentocinquantacinquemilanovecentoventitre volte gli atomi che costituiscono l’universo).
In tale inesplorabile massa di espressioni, in mezzo all’insensatezza della maggior parte degli scaffali, deve esserci, letteralmente, tutto, come suggerisce lo stesso Borges: “Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.”
È un’idea enorme. Talmente enorme, che ci viene il sospetto che da qualche parte si celi un inghippo. Che Borges avesse visto –lui cieco- l’anello che non tiene in questa ineffabile costruzione del pensiero, ma che ce l’avesse celato nelle pieghe del non detto del suo racconto. Forse, la chiave d’accesso alla stanza del segreto è proprio quel banale errore, quell’imprecisione sul numero delle lettere dell’alfabeto, impossibile per una mente così attenta alle minuzie come quella del grande scrittore argentino.
Perché ha scritto ventidue e non ventisei, come sarebbe stato logico?
Nel racconto dal misterioso titolo
Tlön, Uqbar, Orbis Tertius che apre
Finzioni, la raccolta di racconti cui appartiene anche
La biblioteca di Babele, Borges scrive quanto segue: “Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d’un suo progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori –a pochissimi lettori- di indovinare una realtà atroce o banale.”
Io credo che Bioy Casares sia cifra di Borges stesso, e che il romanzo di cui si parla possa essere, fuor di metafora, proprio il racconto sulla biblioteca di Babele. In tal caso, il fatto deformato sarebbe il numero dei simboli ortografici.
Resta da scoprire quale sia la “realtà atroce o banale” nascosta dietro a questa magnifica e sconcertante invenzione.
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