Far finta di essere sani






Everything will be okay in the end. If it's not okay, it's not the end.

Sembrava ieri, e invece è già domani

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Questa
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TEMPO E RACCONTO

posted Sunday, 8 January 2006
Solo un commento, un'ideuzza a margine del rutilante parlare di letteratura aperto (aperto?) da Giulio Mozzi e rimbalzato da Massimo, continuato su Avvenire per merito di Spadaro e altri, ripreso su Vibrisse con un intervento di Colombati e poi, in risposta, di Spadaro, tornato ancora da Massimo e infine (infine?) da un Dhalgren che, in questi ultimi giorni, mi pare in grande forma (o forse è solo che rimbrotta Odifreddi, e la cosa non può che farmi piacere). Un'ideuzza, dicevo. Sarebbe questa: mi pare che siano inessenziali, per quanto interessanti, tutte le distinzioni - variamente poste in gioco nella lunga catena di rimandi tra i post qui linkati - tra "letteratura" e ciò che non lo è (o non lo è "abbastanza"); tra letteratura che riproduce, descrive e chiarifica e letteratura che reinventa e complica; tra "sguardo ingenuo" e trasfigurazione artistica del reale nel possibile. Interessanti, lo riconosco, ma incapaci di dire ciò che fondamentalmente conta, e perciò sempre un po' fragili nella loro capacità di stare in piedi da sole, non so se mi spiego. Il punto essenziale, invece, mi pare essere il seguente: se la realtà è immaginabile (riproducibile, evocabile, criticabile, trasfigurabile, riorientabile, chiarificabile, falsificabile) in termini narrativi, non sarà forse che la struttura narrativa (qualunque cosa essa sia) è già inesorabilmente parte della realtà stessa, e forse proprio la sua struttura intima? Non sarà che ciò che chiamiamo realtà, o mondo, sia già da sempre una sorta di invenzione narrativa? E se il tempo è la forma di ogni racconto (raccontare diventerebbe così dare un ordine cronologico qualsivoglia al reale-immaginato, fosse anche l'ordine del dis-ordine, l'ordine che ogni atto del disordinare deve inevitabilmente avere dentro di sé per poter essere posto; e fosse anche l'ordine del racconto più scialbo o elementare, di un romanzo di Dan Brown così come de La vispa Teresa), non occorre pensare che il tempo sia una forma dell'essere che è già lì prima che noi possiamo trasfigurarla nel racconto, eppure sembra sempre essere già lì proprio perché da sempre noi così ce la raccontiamo?

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1. b.georg left...
Monday, 9 January 2006 10:35 am

in questo modo però stai identificando una supposta funzione letteraria, che è ciò di cui discutevamo da massimo, con la funzione narrativa (la storia, il racconto; in critica letteraria: la fabula). sei sicuro che non sia possibile, ad esempio in lirica, immaginare poetiche completamente a-narrative? (si ricade nel solito errore tautologico: letterario è ciò che possiede il tale carattere letterario, individuato in una scrittura determinata ritenuta - non si sa come - letteraria)

peraltro e al contrario, la post-moderna dissoluzione dei generi e prima ancora la narrativa autoreferenziale borgesiana fino allo sfondamento della dimensione finzionale di certe scritture contemporanee (penso ai reportage di wallace, ad esempio) sembrerebbero portare alla luce una dimensione letteraria che sta tutta nella modulazione più che nel suo risultato. In tal caso la narratività sarebbe la realtà di cui qualcos'altro è la possibilità?